La guerra raccontata ai bambini. E la speranza?

Oggi mi piacerebbe conoscere il vostro parere a proposito di questo libro: 
 
La guerra, di José Jorge Letria e André Letria pubblicato da Salani.
 
Come ormai sapete insisto molto su quanto sia limitante definire un’età di riferimento per gli albi illustrati: la parola d’ordine è sperimentare con consapevolezza, mantenendo alta la fiducia nei confronti dei bambini, e contenute le aspettative. 
 
Una domanda che ci siamo posti più volte è: c’è qualcosa che ai bambini non dovrebbe mai essere letto, né detto? Esiste qualche aspetto della realtà che non è necessario far conoscere all’infanzia? A questo risponde in modo lucido lo scrittore David Almond:
[…] ai bambini si può dire tutto, tranne la disperazione. Dire ai bambini che la vita non è buona, che se va male non c’è speranza di raddrizzarla, oltre che criminale è molto stupido, da adulti molto confusi. Se metti al mondo un bambino, e sei convinto che il mondo sia male, perché ce l’hai messo?”¹

E’ a partire da queste riflessioni che mi interrogo a proposito dell’albo in questione: a chi si rivolge? Cosa vuole dire, e perché?

Portare ai bambini il concetto che la guerra sia un abominio è un diritto sacrosanto di qualsiasi forma comunicativa. Al contempo, quello che ritengo si debba pretendere da qualunque forma comunicativa che si rivolga ai bambini è di lasciare sempre accesa una luce. Perché c’è sempre una luce accesa, ed è verso quella che dobbiamo portarli guardare, anche da dentro al dolore. 

Sul sito della casa editrice si legge: “Un albo illustrato per riflettere sulla guerra e pensare a come costruire la pace”. Certamente in questo libro, attraverso le bellissime illustrazioni e il lirismo del testo, è possibile riflettere sulla guerra. Ma… e la pace? In che luogo nascosto di queste pagine vi si intravvede un seme di possibilità, di riscatto, di speranza?

Siano benvenute la tristezza, la paura, la rabbia e le emozioni perturbanti delle storie, perché sono linfa vitale per chiunque si appresti a leggerle. Ma qualsiasi letteratura che si rivolga ai bambini deve contenere, come avviene nella tradizione orale della fiaba popolare, il problema e la soluzione del problema. Deve rassicurare, non appesantire.

A quale età un bambino è pronto a ricevere una frase come “La guerra è la fine del mondo”, senza che qualcuno gli suggerisca al contempo che nonostante tutto, il mondo non finisce? Che per quanto complicata e a volte odiosa, nell’umanità c’è anche speranza?

E’ davvero difficile che io ponga e proponga limiti su cosa leggere insieme ai bambini, e nemmeno in questo caso mi metterò nella posizione di censore. La mia riflessione non vuole essere un giudizio fine a se stesso verso un libro che in sé contiene inequivocabilmente bellezza e poesia.

Invito invece a un movimento di pensiero rispetto alle consapevolezze che ci spingono a scrivere, pubblicare, leggere, proporre libri rivolti all’infanzia. Ogni storia ha il suo passo e il suo momento che, più che dal libro, dipende dal lettore: dalla sua età psicologica e non solo anagrafica; dalle consapevolezze che in quel momento è pronto ad affrontare; dalle informazioni che è in grado di gestire; dalle emozioni che ha voglia di sperimentare. Come spesso accade, non esiste una risposta preconfezionata e sempre valida: è nostra responsabilità diretta valutare, sperimentare, giocarci su.

Al contempo chiedo a voi: cosa non sono riuscita a vedere io in questo libro, per farmi venire voglia di leggerlo insieme ai miei figli?


¹ Da “Etica pelètica pelèm-plèm-plètica ed estetica poetica puerile”, Bruno Tognolini in “P.O.L.P.A. Poesia Orale Ludica Puerile Autentica: stare nella poesia delle bambine e dei bambini”, Edizioni Salaborsa, Bologna 2021
 

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