Ma che colore è il bianco? Detto tra di noi, è un colore?!

Lo storico e antropologo francese Michel Pastoureau ha dedicato una grande parte della sua opera allo studio del simbolismo dei colori nella storia occidentale, e ha riconosciuto diversi significati del colore bianco nella cultura occidentale, tra cui purezza, verginità, igiene, semplicità, pace, freddo, saggezza, fantasmi, e altri ancora.

Per approfondire:


Anche Riccardo Falcinelli racconta del “bianco morale” in questo meraviglioso testo edito da Einaudi, attraverso un viaggio culturale che va dal film “Il mago di Oz”, alla stampa di Gutenberg, alle statue del Canova:


Possiamo saperne ancora di più dalle pagine di quest’altro interessantissimo testo scritto da Cassia St Clare, edito da Utet, nel quale l’autrice sottolinea principalmente il carattere elitario di questo colore: Nell’immaginario collettivo il bianco è sempre stato associato al potere e al denaro. In passato le stoffe dovevano essere trattate in maniera invasiva per apparire bianche e solo i più ricchi potevano permettersi di mantenere immacolato il bianco di pizzi, biancheria, gorgiere e foulard (…). Questo legame è valido ancora oggi. Una persona che indossa un cappotto bianco nel cuore dell’inverno sta dicendo una cosa molto semplice a chi la guarda: “Non ho bisogno di usare i mezzi pubblici”.


Questa introduzione divulgativa ci porta inevitabilmente a parlare di uno dei titoli proposti dalla casa editrice Topipittori nella collana Pippo (PIccola Pinacoteca POrtatile), proprio a proposito del colore bianco. Scrivono le autrici:

“Ecco a voi il bianco. Il bianco è silenzioso, ordinato, tranquillo; potremmo quasi dire “universale”. Ma prima di cominciare: è un colore oppure no? Potrebbe sembrare un non-colore visto che spesso evoca un’assenza: una notte in bianco è senza sonno, un assegno in bianco è senza cifre, un pasto in bianco è senza condimento. Al contrario il bianco contiene tutto: persino tutti i colori. Allora proviamo a conoscerlo meglio.”


In questo contesto ci soffermeremo per un attimo a ragionare cosa può rappresentare il bianco all’interno di un albo illustrato. Ad esempio l’effetto suspance creato dalla doppia pagina bianca all’interno del silent book “Mirror” di Suzy Lee: qui troviamo la precisa volontà dell’autrice di spiazzare il lettore, lasciandolo per un attimo solo, a chiedersi che fine abbiano fatto le figure presenti fino a un attimo prima.


In fondo, non è questo quello che chiediamo a una pagina bianca, quando l’abbiamo davanti? Dai, sorprendimi!

Un bisogno che scrittori e illustratori conoscono molto bene, e che viene meravigliosamente descritto da Remy Charlip in questo albo illustrato di Orecchio Acerbo:

Qui l’autore rende con immediatezza quasi infantile (ma tutt’altro che banale!) un “meccanismo narrativo dall’evidente principio logico: procede per addizione e prosegue per sottrazione. Le cose appaiono e poi scompaiono, è l’eterno scorrere del tempo, la materia di cui sono intessute le storie.[…] dove sono tutti? Non lo sappiamo, forse in un altrove da immaginare, oppure possiamo ripartire dall’inizio e ridare vita al libro”¹.


L’autore che senza dubbio è stato il più incisivo a rendere le infinite possibilità contenute nel bianco è Bruno Munari, che nel suo Cappuccetto Bianco edito da Corraini accompagna i lettori in un racconto (quasi) totalmente senza segni sulla pagina, se non le sole righe di testo che obbligano il cervello a vedere quello che non c’è: “Mai vista tanta neve”.

Avete presente il giochino del “non pensare a un elefante che vola”, ed è la prima cosa che la mente inevitabilmente immagina? Ecco, quello. Solo che Munari lo porta ai vertici della genialità.


E quando parliamo di genialità, almeno nell’ambito degli albi illustrati, è difficile non citare Silvia Borando e la casa editice Minibombo. 

A proposito del bianco, ecco un silent book nel quale incontriamo un bambino alle prese con un rullo da imbianchino: il colore che viene steso sulle pagine continua a prendere una piega inaspettata, che sorprende tanto il protagonista quanto il lettore.

Un po’ quello che succede a Harold e la matita viola nell’omonimo albo edito in Italia da Camelozampa: cosa può fare un piccolissimo protagonista munito di un pastello colorato, davanti al candore di una pagina intonsa?

Crockett Johnson ci ricorda quanto il bello della vita, come della letteratura, non siano le certezze, ma la nostra flessibilità nel saperle gestire.


Desidero chiudere il nostro breve viaggio nel colore meno colore che ci sia, eppure così fondamentale, con queste due particolarissime pubblicazioni:

Un cartonato di Hervé Tullet con le pagine completamente bianche (ma come, dunque completamente inutile?!), che rivela tutta la sua meraviglia solo al buio. Potete vederlo bene qui.


E, se desiderate restare abbagliati, più che sorpresi, allora lasciate che la bellezza venga a rapirvi tra le pagine totalmente bianche di questo intricatissimo pop-up di David Pelham, edito da Franco Cosimo Panini:


Per conoscere i libri in bianco e nero dedicati ai piccolissimi, rimando all’articolo di Francesca Pamina Ros, che trovare qui.

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